Stress Day

“Ahahahah, oggi è la giornata mondiale dedicata allo stress, siamo partiti con il piede giusto!” disse Victoria ironizzando sui quei primi 80 minuti della loro giornata.

Il grande si era convinto fosse festa per cui non voleva andare a scuola, e dopo qualche settimana in cui sembrava più sereno e si trovava bene con i compagni e le maestre nuove, quella scenata proprio non ci voleva.

Stremati riuscendo a calmarlo e a portarlo a varcare la maledetta soglia scolastica senza imporre punizioni corporali, li accolse la maestra del piccolo cinguettando leggermente adirata:

“Ma il contributo volontario per Diego l’avete versato? O è stata una vostra scelta versare solo quello di Elia?”

“Essendo un contributo volontario noi abbiamo volontariamente deciso di versarlo solo per il bambino che crea più problemi, così come supporto morale, non siete contente?”
Avrebbe tanto voluto rispondere così, ma si limitò a dire a testa bassa che avrebbe portato la ricevuta in segreteria.

Ma come si faceva a non essere stressati? Ogni giorno doveva fronteggiare a mille piccoli disguidi: il frigo che perdeva acqua, la macchina che si piantava in curva che momenti bocciava, il pacco che non arrivava, il cane che gli mangiava la scarpa nuova, Elia che con la scuola andava meglio, ma non benissimo portando con sé tutto il carico di ansie e ricordi dei due anni precedenti.

E l’elenco poteva essere ancora molto lungo.

A questo si aggiungeva anche tutto il carico psicologico che avevano notizie e informazioni come:

“Nubifragi a causa del cambiamento climatico!”

“Trovata microplastica nel sale da cucina!”

“Nel mare c’è un’isola di plastica!”

“Si consuma troppa carne!” …e via dicendo per cui ogni azione di Victoria a riguardo era sempre un pensare al miglior compromesso, tipo tingersi quei cavolo di capelli bianchi che le erano spuntati dalla nascita di Diego, senza usare prodotti potenzialmente dannosi e sopratutto inquinanti ma evitando di ritrovarsi capelli color carota in testa, oppure anche solo lavare il wc che si incrostava sempre: senza prodotti chimici non veniva mai pulito con i prodotti chimici le sembrava di uccidere un povero pesce ogni volta che versava il wcnet col suo profumo di pino e i suoi coloranti ti  un intenso verde scuro che scivolavano lentamente oltre il livello dell’acqua…

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Bolle di sapone e altri momenti morti

Vichi si rese conto che fare tutto (lavorare, seguire la casa, i bambini, il marito, le proprie passioni) era anche più stressante di non fare niente. Perché dava quella sensazione di potere che si alimentava solo ed esclusivamente facendo altre attività, e il tempo e le forze non bastavano mai. Com’era possibile fare tutto?
Qualcuno ci riusciva davvero? Ogni si incantava a guardare i video di donne  bellissime e magrissime, che, in case pulitissime si cimentavano in complicatissime torte decorate a più piani e vari colori, con i figli che apparivano e sparivano senza chiamarla mentre la casa rimaneva in ordine. Una volta vide anche un video con una mamma che faceva yoga e nel mentre i bambini le salivano addosso giocavano e lei zen non faceva una piega. Vichi però si riconosceva decisamente più nello stile di Celeste Barber e nelle sue foto ironiche.

Forse lei aveva troppe passioni, e l’unico modo per ottimizzare i tempi sarebbe stato leggere un libro di cucina mentre faceva cyclette guardando un film, così almeno in un’ora avrebbe fatto quattro cose che le piacevano. Se lo stava chiedendo mentre vagava per casa un pomeriggio, i bambini giocavano quieti, si era formata quella che lei chiamava una bolla di sapone, erano quei momenti di pace che potevano finire da un momento all’altro, come scoppia una bolla di sapone, senza preavviso, e lei in questi spazi bellissimi non sapeva mai che fare.

Perché oltre a smangiucchiare sistemando la casa svogliatamente, come riempire quei micro vuoti iridescenti che duravano si e no una manciata di minuti? A leggere aveva provato ma non era brava ad accendere e spegnere la concentrazione ad ogni “Mamma!” vero o immaginato che fosse la bolla era scoppiata e quindi finiva per leggere dieci volte la stessa frase. Vedere un telefilm, le sarebbe piaciuto, come quando erano in vacanza e mentre cucinava si guardava una Mamma per amica con i bambini che giocavano fuori. Ma qui a casa se la tv restava accesa finiva che la guardano anche loro così oltre al controllo stretto sui contenuti e alle mille domande a cui avrebbe dovuto rispondere rispetto a quello che succedeva nel telefilm avrebbe anche dovuto detrarre il telefilm dal monte-ore concesso ai bambini per la tv quindi (fate un respiro profondo) niente telefilm, troppo complicato. Così ogni tanto con la scusa “Mamma è in bagno arrivo subito!!” si concedeva una lunga Sink Care, come si dice adesso. Ovvero passava il tempo a pulire il viso, fare maschere, massaggi, da poco stava iniziando a pensare di espandere queste pratiche anche alla pedicure  a costo di fingere attacchi di colite un giorno si e uno no.
Quando invece rimaneva indietro sulla scrittura della rubrica provava a  recuperare in quelle bolle, sempre con l’ansia di fare qualche pasticcio dovuto alla distrazione (o che magari mentre il bambino veniva ad abbracciarla col gomito invece premesse alt-control-canc ed eliminasse ore di lavoro) ma poi partivano anche le paranoie del genitore moderno “Starò dando un cattivo esempio? In fondo solo al pc, si lavoro ma loro non sanno bene la differenza, come potrò dire loro di non stare al pc quando sono io la prima???”
A volte allora optava per cucinare, ma era sempre pericoloso perché se uno dei due la intercettava ci si fiondava e questo voleva dire che la cucina sarebbe diventata della stessa sostanza dei biscotti…

Non se ne usciva, o forse era quello il trucco, uscire.
Coltivare le sue passioni fuori, si avrebbe fatto così! Avrebbe seguito qualche corso tutto per sé! Il dubbio però rimaneva su che fare nel pomeriggio, quando i bambini facevano le bolle evitando di occuparlo mangiando tutto quello che offriva la credenza…

L’angolo di Sandra

…i racconti semi seri di una neo psicologa in cerca d’amore.


Sara, anni 27, fa l’illustratrice, è sposata con Silvio, di anni 32, lui invece lavora in un campo sportivo, fisico scolpito e sempre abbronzato. Si sono sposati in luglio e a settembre lei era già incinta, a giugno è nata Aurora.

Ecco, quella, doveva essere la mia vita… avevo sentito voci che stavano insieme e del prossimo matrimonio, ma ieri, ieri ho aperto Facebook e mi si sono parate davanti le foto della panciona di Sara e del conseguente risultato di quella pancia, una bambina piena di capelli e piuttosto cicciotta, Aurora appunto. Sara non è mai stata una grande amica, ma con lei ho passato qualche estate visto che entrambe non andavamo in vacanza; poi ci siamo perse di vista. Silvio invece, per lui ci sono stata male quasi un anno, abitava nel mio paesino ma l’avevo incontrato solo intorno ai 14 anni, lui era un bel ragazzo più grande di me, che sbagliava sempre il mio nome, le poche volte che lo utilizzava. In compenso spesso mi prendeva in giro quando era in gruppo con gli altri perché ero grassa e lui era sempre molto divertito dalla cosa.

Così ho deciso di chiudere prepotentemente il monitor del portatile, anche se non era colpa sua, e di iniziare la mia nuova vita da psicologa nel mio nuovo ufficio. Sotterrando le mie inadeguatezze e i miei dubbi. Ed eccomi qui, in uno studio in condivisione con altri soci, tutti gli ambienti sono stati allegramente arredati nei toni del marrone rancido.
Il mio studio è piccino e contrariamente all’immaginario comune, non è pieno di libri e fogli, è anzi piuttosto spoglio, ah io mi chiamo Sandra e ora  sto seduta nel mezzo su una sedia, tra una poltroncina e un divanetto, davanti alla scrivania di legno. L’orologio ticchetta alla parete, alzo e abbasso lo sguardo: che il mio primo paziente abbia cambiato idea?
La porta si muove, sussulta ma non si apre, il vetro disegnato traballa, la signora delle pulizie deve avergli tirato un’altro colpo con la scopa, prima o poi lo romperà. Persa in questo pensiero non do particolarmente peso alla direzione che segue l’ombra dietro il vetro della porta. Attendo ancora un po’, poi mi alzo e raccolgo la borsa per andarmi a prendere un caffè, apro la porta un po’ seccata e di fianco ci trovo Oliviero. Il mio primo paziente.